In lutto il mondo del vino italiano

È mancato la scorsa notte, all’ospedale San Lazzaro di Alba all’età di 88 anni.
Anni fa nello scrivere un libro dedicato al Barbaresco, ebbi il piacere e la fortuna di incontrare Bruno Giacosa. Era il 1999 e la svolta che stava prendendo il vino italiano, volgeva verso l’internazionalizzazione del vigneto e verso quei vini che seguendo l’indirizzo dettato dalle guide, erano poco rispettosi del territorio in ossequio a un gusto omologato ispirato alle esagerate concentrazioni e incline alle cessioni dei caratelli francesi. Ebbene Bruno Giacosa risultò una voce fuori dal coro nella folta truppa di chi in Langa si schierava  con la “modernità” del messaggio. Ma poiché “sono solo i moderni a diventare sorpassati” – come scriveva in uno dei tanti aforismi Oscar Wilde, Bruno Giacosa fu contemporaneo nella sua difesa della tradizione e, in certo qual modo, fu fonte di ispirazione e stimolo per me nel dare avvio alla guida “Vinibuoni d’Italia” di cui oggi sono curatore. Riporto il testo  dell’intervista che mi rilasciò, per la sensibilità del suo contenuto e le grandi verità che rendono il messaggio fortemente attuale.
“Non credo che esista un gusto internazionale che possa condizionare l’essenza e la tipicità di un vino. Un vino si definisce tipico se la storia lo ha consacrato nella sua essenza culturale e la definizione culturale di un vino sta nelle sue componenti di vitigno, di territorio e di stile di vinificazione, ovvero nella capacità tecnica di fare esprimere alle uve tutte quelle potenzialità che sono in grado di consolidare il rapporto tra vino e territorio. Concordo sul fatto che la storia sia in continuo divenire e che anche il vino debba evolversi, ma sappiamo anche che le rivoluzioni troppo impetuose, sono state poi riassorbite e che i valori propugnati in modo violento e repentino si sono mitigati, amalgamandosi con quelli del passato. I mutamenti proseguono dunque con gradualità mutuando dal passato quanto c’era di consolidato e di positivo e senza nette spaccature con gli elementi della cultura in cui la rivoluzione stessa si crea. Ora il Barbaresco è un vino con caratteristiche specifiche, rispetto alle quali l’impegno dei vinificatori non può essere stravolgente per scimiottare vini internazionali che in certo angolo del mondo vanno per la maggiore.
Si può cercare di far esprimere al Nebbiolo tutte le sue potenzialità, senza rendere drammatica e distorta la distanza storica tra esigenza di innovazione e tradizione”.
Ho apprezzato e condiviso il suo messaggio non solo per il suo contenuto, ma anche per l’umiltà con cui Bruno Giacosa seppe essere protagonista della scena. Pur essendo riconosciuto internazionalmente come uno dei migliori produttori italiani, Bruno non amò mai essere sotto le luci della ribalta. Più che uno stilista, oggi lo descriverei nei miei vividi ricordi come un filosofo che ha saputo delineare il percorso della sua “ideologia” senza concessioni all’effimero delle mode. Il dilagare di un certo minimalismo dialettico lo vide imperturbabile ai suoi ammiccamenti e l’esegesi della sua ricerca anticipò quel Rinascimento del vino italiano che oggi si presenta attuale riscoprendo nella forza dei vitigni autoctoni lo specifico della cultura enologica della Penisola; nella piacevolezza di beva, nella identità e corrispondenza al vitigno e al territorio la capacità di un vino di creare emozioni. La capacità di Bruno Giacosa di interpretare le potenzialità del vitigno Nebbiolo, nelle massime interpretazioni del Barbaresco e del Barolo è stata sempre somma e incommensurabile. I suoi sono stati vini capaci di incantare per eleganza e sicurezza della loro evoluzione, ma soprattutto ricchi di quella personalità austera che contraddistinse anche l’uomo.
A Bruna tutta la nostra vicinanza e le sentite condoglianze della Redazione di Vinibuoni d’Italia e del Touring Club Italiano.

Mario Busso