Portovenere, perla del Golfo dei Poeti, è una delle mete turistiche più gettonate dell’intero Paese. Ogni anno questa area della Liguria, impreziosita dal Parco Nazionale delle Cinque Terre e che incastona questa splendida cittadina, mantenuta intatta nella sua struttura medioevale, mette in moto un flusso di visitatori italiani e stranieri attratti da un paesaggio incantevole e, ultimamente, anche dai vini che nascono sui terrazzamenti ricavati dai vignaioli lungo strapiombi che cadono ripidi nel mare.

La millenaria coltura della vite ha rappresentato per il territorio delle Cinque Terre un elemento capace di modificarne in profondità la fisionomia, infatti 
nel passato l’agricoltura, attività dominante nella zona, era rivolta soprattutto alla coltivazione della vite. Ad oggi, soprattutto dopo l’istituzione del Parco Nazionale, gli sforzi per recuperare la tradizione legata all’attività vitivinicola sulle terrazze delle Cinque Terre hanno dato buoni risultati nonostante i circa cento ettari coltivati oggi a vigneto non siano minimamente paragonabili ai 1.400 di un secolo fa.
 Una viticoltura eroica soprattutto ispirata alla coltivazione dei vitigni Bosco, Albarola e Vermentino, da cui nascono il Cinque Terre e Cinque Terre Sciacchetrà Doc.

A dominare il golfo, il Grandhotel Potrovenere ha ospitato la presentazione ligure della guida Vinibuoni d’Italia con l’assegnazione ai produttori dei diplomi della Golden Star e delle Corone attribuite ai vini di eccellenza che, per la loro adesione al vitigno e al territorio hanno raggiunto il massimo indice di gradimento da parte dei commissari della guida e del pubblico votante.

Mario Busso, nell’introdurre la premiazione dei vignaioli ha sottolineato come nonostante una ristretta estensione di coltivazione, i vini della Liguria stiano raggiungendo elevati livelli di qualità attestati dal fatto che i giudizi del pubblico in fase di degustazione finale hanno attributo ai vini selezionati dal coordinatore regionale Daniele Bartolozzi ben 7 corone che sono andate alle aziende:

  • 5 Terre – 
Cinque Terre Doc Vigne Alte 2016

  • Bio Vio – 
Riviera Ligure di Ponente Doc Pigato Selezione Bon in da Bon 2016

  • Bruna 
Riviera – Ligure di Ponente Doc Pigato Le Russeghine 2016

  • Il Monticello – 
Colli di Luni Doc Vermentino Poggio Paterno 2015

  • Maria Donata Bianchi 
 – Riviera Ligure di Ponente Doc Vermentino 2016

  • Ottaviano Lambruschi 
 – Colli di Luni Doc Vermentino Il Maggiore 2016

  • Poggio dei Gorleri – 
Riviera Ligure di Ponente Doc Pigato Cycnus 2016

  • Terre Bianche – 
Rossese di Dolceacqua Doc Superiore Bricco Arcagna 2015

C’è un dato molto significativo – ha sottolineato ancora Mario Busso – rappresentato dal fatto che i vignaioli della regione non hanno mai abdicato alla coltivazione dei vitigni tradizionali, neppure in tempi in cui le guide premiavano le produzioni ottenute da vitigni internazionali. Rossese e Ormeasco per i rossi; Pigato, Vermentino, Bianchetta Genovese, Bosco e Albarola – per citare i più diffusi, ma anche Granaccia e Alicante – regalano oggi 8 Doc e 3 Igt che danno continuità alla tradizione millenaria di cui abbiamo già traccia in Strabone e Plinio il Vecchio. A conferma di questa lunga affascinante storia, Paolo Varrella, responsabile della Cooperativa Mitilicoltori Spezzini, nel suo intervento ha citato i ritrovamenti di anfore vinarie risalenti alle varie epoche del periodo romano.

E proprio Paolo Varrella, muscolaio e ostricoltore spezzino, ha accompagnato la Redazione di Vinibuoni d’Italia in un bellissimo tour nelle acque del golfo che nascondono “vigne” sottomarine di “muscoli” e soprattutto di pregiatissime ostriche, che si presentano di un verde brillante, profumatissime al naso, sapide nel finale. Ad allevarle è uno sparuto gruppo di indomiti mitilicoltori che dopo anni di sperimentazioni portano oggi sulle nostre tavole un tesoro inimitabile.

Sono state degustate con lo Sciacchetrà, mentre la barca buttava l’ancora nelle acque dell’isola Palmaria, posta davanti Portovenere. Un momento magico allietato dal rassicurante suono delle campane del mezzodì che annunciavano un ingresso onirico in paradiso.

Champagne e ostriche evocano entrambi lusso e lussuria, e abbinarli è un classico: ma gli esperti sostengono che, nove volte su dieci, l’abbinamento è totalmente sbagliato. Con estrema facilità la sensazione metallica delle ostriche unita all’acidità e alla carbonica dello Champagne produrranno fastidiosi sentori metallici, e le decise sensazioni salmastre dell’ostrica non troveranno armonia con le delicate trame delle bollicine d’Oltralpe. A questo punto, ci confortavano le sicure certezze di Alessandro Scorsone, grande esperto di cucina, nonché cerimoniere di Palazzo Chigi, che suggerisce che… “le nostre ostriche danno il meglio abbinate a un passito. Ecco perché lo Sciacchetrà con la sua vena dolce e la sua mineralità salmastra – che a volte richiama nettamente proprio il gusto dell’amato mollusco – si adatta all’abbinamento decisamente meglio rispetto allo Champagne. Fresco e agrumato, riesce dove il più blasonato compagno fallisce”.