Sarà possibile preservare la qualità delle uve a fronte del surriscaldamento del Pianeta?
Una risposta positiva, almeno nell’immediato, potrà giungere da una diversa interpretazione di alcune tecniche colturali e dall’adozione di nuove, in modo da gestire gli effetti del climate change e, al contempo, cogliere l’occasione per rinnovare gli schemi produttivi preservando la qualità del prodotto in un contesto climatico diverso per riuscire negli areali “storicamente” vocati a produrre vini a denominazione su cui si fonda la produzione italiana di maggior valore.
C’è bisogno di un “Giro di vite”, per dirla con il titolo scelto dalle Donne della Vite per il convegno che hanno organizzato recentemente nell’ambito di Enoliexpo 2022 a Bari.
“Su questo tema di grande attualità – ha sottolineato Valeria Fasoli, presidente dell’Associazione – abbiamo chiamato esperti a portare il loro contributo di conoscenza ed esperienza, continuando nel solco dello spirito che contraddistingue le Donne della Vite, a comunicare, trasmettere e diffondere cultura nel mondo vitivinicolo, nel rispetto dei principi cardine di una viticoltura sostenibile”.
Secondo quanto riportato dall’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel for Climate Change, a correre il rischio maggiore sono i Paesi del Sud dell’Europa dove si concentra la vite. Anche nello scenario più ottimistico, che prefigura il contenimento del riscaldamento globale in 1,5°C nei prossimi 20 anni, le conseguenze ambientali, sociali ed economiche saranno gravissime e irreversibili. E non è difficile immaginare quali possano essere gli effetti sulla vite.
La nuova situazione sarà assimilabile a quella dei climi caldo-aridi.
“In areali viticoli come quello pugliese – ha illustrato Antonio Carlomagno agronomo di Agriproject – stiamo già affrontando condizioni estreme. Bisogna evitare la standardizzazione dei modelli viticoli ricorrendo al  monitoraggio delle variabili meteorologiche su scala aziendale per perseguire l’uso sostenibile ed efficiente di risorse sempre più rare e preziose come, ad esempio, l’acqua”.
Il deserto è un formidabile laboratorio in cui vengono testati sulla vite gli effetti che i cambiamenti climatici hanno o potranno avere sui vigneti di zone non desertiche.
“La sperimentazione nel deserto del Negev su vite da vino e su altre colture – ha raccontato Aaron Fait della Ben Gurion University del Negev (Israele) – ci ha permesso di ottenere modelli per anticipare quella che sarà la condizione in Europa tra 20 o 30 anni. Oggi osserviamo una riduzione di rese, in particolare su alcune varietà, che ci porta a prevedere una perdita fino al 60% della produzione con un incremento di temperatura di 2°C. Stiamo ottenendo buoni risultati sull’omogeneità e sul livello qualitativo delle uve mitigando gli effetti delle alte temperature costanti dei grappoli, anche oltre i 45°C, con reti di diversi colori sulla fascia produttiva e modificando l’architettura della pianta”.
Il riscaldamento globale detterà inesorabilmente, per quanto se ne possa nomitigare gli effetti, il profilo futuro dei vini e implicherà anche un cambiamento sociologico.

“Muterà l’idea stessa dell’evoluzione e della longevità dei top wine – ha osservato il sociologo Gianmarco Navarini dell’Università Bicocca di Milano – e si modificheranno la valutazione della qualità da parte della critica enologica e, di conseguenza, gli orientamenti dei consumatori.