Dazi Usa al 10%, ma la tregua Ue scade domani
Il nuovo dazio flat sul vino europeo entrato in vigore il 24 luglio è giudicato un lieve miglioramento dall'Unione Italiana Vini, ma la sospensione delle contromisure Ue scade il 6 agosto e Washington ha già aperto una seconda indagine che potrebbe far salire ancora le tariffe.
Il nuovo dazio flat sul vino europeo entrato in vigore il 24 luglio è giudicato un lieve miglioramento dall'Unione Italiana Vini, ma la sospensione delle contromisure Ue scade il 6 agosto e Washington ha già aperto una seconda indagine che potrebbe far salire ancora le tariffe.
Dal 24 luglio è cambiata l'aliquota, non la sostanza dell'incertezza. Negli Stati Uniti è entrato in vigore un dazio omnicomprensivo del 10% sul vino europeo, inquadrato nella Section 301 del Trade Act. Per il presidente dell'Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi, si tratta di una notizia con un segno positivo, seppur limitato: «I nuovi dazi al 10% flat sono leggermente migliorativi rispetto ai precedenti», ha dichiarato commentando il nuovo quadro normativo entrato in vigore lo stesso giorno. Ma il comparto non può permettersi di rilassarsi: la tregua commerciale tra Bruxelles e Washington è appesa a una scadenza che cade domani, 6 agosto, e una seconda indagine avviata dagli Stati Uniti potrebbe riportare le lancette indietro.
Un anno da dimenticare per l'export a stelle e strisce
I numeri dell'Osservatorio Uiv fotografano un mercato in affanno ben prima dell'ultima novità tariffaria. Nei primi cinque mesi del 2026 le vendite di vino italiano negli Stati Uniti hanno segnato un calo tendenziale del 15,5%, con i rossi fermi imbottigliati in flessione del 18% e i bianchi del 17%, mentre gli spumanti hanno contenuto la perdita all'11%. A pagare il conto più salato sono le bottiglie entry level: le fasce di prezzo alla cantina fino a 6 euro, che rappresentano oltre l'80% della produzione tricolore diretta negli Stati Uniti, restano le più esposte, secondo l'Osservatorio Uiv. È qui che si misura il rischio reale per la denominazione diffusa, quella che vive di volumi e di margini già sottili: un punto percentuale di dazio in più si scarica quasi integralmente sullo scaffale, spingendo le catene della grande distribuzione a preferire alternative locali o di altra provenienza.
Allargando l'orizzonte, il quadro non migliora. Dal cosiddetto Liberation Day di aprile 2025 l'export di vino italiano negli Stati Uniti ha perso 360 milioni di euro in 14 mesi, un calo del 16% a valore secondo l'Osservatorio Uiv. Per contestualizzare la portata del dato, basti ricordare che a fine 2024 le spedizioni verso gli Usa sfioravano i 2 miliardi di euro, quasi un quarto dell'intero export enologico nazionale, mentre nel 2025 le vendite si sono fermate a 1,76 miliardi. Il mercato americano, per decenni motore di crescita per decine di denominazioni italiane dal Chianti al Prosecco, sta insomma perdendo peso proprio mentre si moltiplicano le variabili che ne condizionano l'andamento: dazi, cambio dollaro-euro debole e un calo strutturale dei consumi che il settore fatica ad arginare.
Il nodo delle indagini e il tetto del 15%
Se il passaggio dal regime precedente al 10% flat è stato accolto con moderato sollievo, a preoccupare l'Unione Italiana Vini è il fronte parallelo aperto dall'amministrazione statunitense: un'indagine, sempre ai sensi della Section 301, sulla presunta sovraccapacità produttiva europea, da cui potrebbero scaturire nuove tariffe. Frescobaldi ha chiarito quale sia il limite considerato accettabile dal settore: «Fin qui è una notizia confortante, ma preoccupano le indagini sulla sovraccapacità produttiva che rischiano di generare ulteriori tariffe; la speranza è che questa seconda decisione resti nell'ambito dell'accordo Ue-Usa dello scorso agosto e non superi il tetto del 15%», ha aggiunto il presidente Uiv, riferendosi al tetto tariffario fissato dall'intesa raggiunta tra le due sponde dell'Atlantico. Un margine di appena cinque punti percentuali separa quindi lo scenario attuale da un possibile nuovo inasprimento, in un settore dove ogni punto di dazio si traduce in perdita di competitività sullo scaffale.
La scadenza di domani e il rischio di un'escalation
A rendere il quadro ancora più instabile è la data che coincide, non a caso, con l'uscita di questo articolo. Bruxelles aveva sospeso le contromisure contro i prodotti statunitensi, compresi vino e spiriti, fino al 6 agosto 2026, nell'ambito degli accordi negoziati con Washington. Se la proroga non dovesse arrivare, o se l'indagine sulla sovraccapacità dovesse concretizzarsi in nuovi dazi prima di allora, l'intero impianto negoziale rischierebbe di saltare, riportando il comparto vitivinicolo in una fase di guerra commerciale aperta, con effetti a catena su entrambe le sponde dell'Atlantico. Per questo il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti, insiste sulla necessità di un intervento strutturale più che di un aggiustamento tariffario: «Il vino oggi ha bisogno di aiuto e necessita di un budget straordinario per la promozione all'estero a partire proprio dagli Usa», ha dichiarato, sottolineando come il comparto non sia riuscito a stabilizzare le vendite negli Stati Uniti a differenza di altri settori del made in Italy.
Il paradosso di questa fase è che l'aliquota, di per sé, non è più la variabile decisiva. Lo è la sua prevedibilità: le cantine, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni legate a denominazioni territoriali con volumi contenuti, non possono programmare listini e contratti di importazione se ogni sei mesi cambia la cornice normativa. Il 6 agosto sarà una data da segnare, ma la vera partita si giocherà nelle settimane successive, quando si capirà se Bruxelles e Washington sceglieranno la via della stabilità o quella di un nuovo braccio di ferro che il vino italiano, dopo 14 mesi di perdite, non può permettersi di attraversare un'altra volta.










