Vino, giacenze record: un raccolto intero fermo in cantina

L'Osservatorio Uiv fotografa un settore sotto pressione: stock a 53 milioni di ettolitri e declassamenti in aumento erodono il valore delle denominazioni. Frescobaldi chiede scelte impopolari sulla produzione.

L'Osservatorio Uiv fotografa un settore sotto pressione: stock a 53 milioni di ettolitri e declassamenti in aumento erodono il valore delle denominazioni. Frescobaldi chiede scelte impopolari sulla produzione.

Un'intera vendemmia ferma in cantina, senza sbocco di mercato. È l'immagine con cui l'Osservatorio di Unione Italiana Vini ha riassunto lo stato di salute del comparto nell'analisi presentata all'assemblea nazionale dell'8 luglio 2026 a Roma: a maggio 2026 gli stock di vino e mosti hanno superato i 53 milioni di ettolitri, in crescita del 7,3% rispetto allo stesso mese del 2025. Un dato che pesa ancora di più se si considera che, secondo lo stesso Osservatorio Uiv, nonostante le ultime tre vendemmie con volumi sottotono, a maggio scorso gli stock di vino e mosti hanno superato i 53 milioni di ettolitri, segnando il livello più alto dal 2022, quando però la produzione era stata eccezionale.

Consumi fermi, export in flessione

Il problema non è solo produttivo, ma di domanda. Secondo l'Osservatorio Uiv, i consumi si appiattiscono sia a livello nazionale, con il -2% del dato Gdo nel periodo gennaio-maggio 2026 rispetto al corrispondente periodo del 2025, sia a livello internazionale, con il consuntivo dell'export nel primo trimestre che segna -4% a volume e -8,3% a valore. In altre parole, le cantine italiane continuano a imbottigliare in un mercato che assorbe meno, sia sugli scaffali della grande distribuzione sia oltreconfine. Ed è proprio questa combinazione — giacenze in salita, sbocchi in discesa — a generare la pressione che si scarica poi sui prezzi e sulla classificazione dei vini.

Un quinto delle bottiglie scivola verso il vino comune

Di fronte alla difficoltà di collocare il prodotto, la risposta delle cantine è stata quella di spostare volumi verso la categoria più facile da vendere. Come spiega l'Osservatorio, le cantine stanno movimentando le giacenze verso la categoria più facilmente collocabile sul mercato, quella del vino comune, con una strategia di contenimento danni che, come rovescio della medaglia, continua ad abbassare l'asticella del valore. Il fenomeno ha una dimensione precisa: il segretario generale Uiv Paolo Castelletti ha dichiarato che «oggi una bottiglia su cinque viene declassata, ed è una pratica che rischia di innescare un effetto a valanga: il vino scende di categoria, i volumi si accumulano alla base della piramide qualitativa e ad essere travolti sono i prezzi». Il conto economico di questa dinamica, secondo l'Osservatorio Uiv, sfiora i 516 milioni di euro di valore eroso, pari all'11% del valore originario dei prodotti coinvolti.

Sono soprattutto i vini comuni a raccogliere l'onda dei declassamenti: secondo l'Osservatorio Uiv, i prezzi dello sfuso nei primi cinque mesi dell'anno sono scesi del 6% per i Dop, del 7% per gli Igp e del 14,4% per i vini comuni, destinatari del 75% dei declassamenti e maglia nera con una media di 54 centesimi al litro. Per le denominazioni di fascia più ampia, quelle che negli ultimi anni avevano puntato a consolidare un posizionamento riconoscibile sul mercato, il rischio è che l'ondata di declassamenti finisca per erodere proprio quel lavoro di identità territoriale e di prezzo medio costruito faticosamente vendemmia dopo vendemmia. Un Igt che scivola a vino comune non perde soltanto una sigla in etichetta: perde il racconto del vitigno, della zona, del produttore che sta dietro la bottiglia.

L'appello di Frescobaldi: «Scelte coraggiose anche se impopolari»

Il presidente Uiv Lamberto Frescobaldi non ha usato mezzi termini nel presentare i dati all'assemblea. «Nelle attuali condizioni di mercato anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile - ha detto - è il momento di assumersi la responsabilità di scelte coraggiose anche se impopolari, perché l'immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio: l'iperproduzione sta impattando su valore e redditività lungo tutta la filiera». Una frase che suona come un cambio di passo rispetto alla retorica consueta delle assemblee di categoria, e che segnala come il tema del taglio produttivo — vigneti espiantati, rese ridotte, programmazione più stretta tra domanda e offerta — sia ormai entrato stabilmente nell'agenda della filiera.

Resta da capire come le singole denominazioni, dalle più blasonate alle più esposte sul fronte del vino sfuso, tradurranno questo appello in pratica: se con espianti mirati sui vigneti meno vocati, con rese più basse concordate nei disciplinari, o semplicemente lasciando che sia il mercato, con i suoi prezzi in caduta, a fare da selettore. La differenza, per chi lavora sui vitigni autoctoni e su un'idea di vino legata al territorio, si giocherà tutta sulla capacità di non farsi trascinare nella spirale del ribasso.

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